Baiser à Paris.

A circa un secolo dalla sua nascita, mi sembrava interessante ricordare uno dei più grandi maestri della fotografia, che insieme a nomi come Henry Cartier- Bresson, Robert Capa, Steve McCurry, Elliott Erwitt ed altri hanno scritto la storia della fotografia: Robert Doisneau.

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Proprio in questi stessi giorni, circa 100 anni fa, in una piccola cittadina francese nasceva Robert Doisneau, un uomo destinato ad essere il più famoso rappresentante della cosiddetta “fotografia umanista”, ovvero quella particolare sensibilità fotografica che pone al centro dell’attenzione di colui che osserva la condizione disagiata dell’uomo. Diplomatosi come litografo, cominciò una sua prima attività fotografica all’età di 16 anni, andando in giro per le strade della sua amata Parigi in cerca di scatti interessanti e curiosi:  nella sua città che sempre lo ispirava Doisneau coglieva la quotidianità e la semplicità della vita dei parigini, in particolare quella spontanea e creativa dei bambini, in ogni loro gesto. Essenziali,  improvvisati ma pur sempre ricchi di una carica espressiva straordinaria, i suoi scatti raccontano la realtà cosi com’è, senza artifici. Come lui stesso affermò, la curiosità era ciò che lo guidava poiché “un fotografo deve essere animato dal solo bisogno di registrare ciò che lo circonda, non aspira a ottenere risultati economici e non si pone i limiti di tempo che una produzione professionale comporta”. Solo alla fine degli anni ’30 con i primi incarichi ufficiali, divenne un fotografo professionista indipendente per l’agenzia Rapho, dove lavorò fino alla sua morte, tranne una piccola interruzione negli anni della guerra. Al caloroso invito del collega Henry Cartier-Bresson ad unirsi a lui nella grande famiglia dell’agenzia Magnum Photos, Robert rispose: “Non voglio fotografare la vita così com’è, ma la vita come vorrei che fosse”. Considerato insieme a quest’ultimo uno dei (primi) fotografi ad aver contribuito maggiormente allo sviluppo del fotogiornalismo, fu chiamato agli inizi degli anni ’50 a collaborare con numerose riviste di moda, tra cui Vogue e Life, poiché si riteneva che potesse dare un tocco nuovo agli scatti in studio. Gli editori del tempo però non avevano capito che la fotografia di Doisneau era quella di strada. E sta in questo l’aspetto  nuovo ed innovativo per il tempo: Doisneau riusciva a guardare un banale gesto, una stretta di mano, un incontro, piuttosto che un bacio tra due innamorati, da una prospettiva interiore e profonda che riusciva a cogliere ciò che agli occhi dei più è  invisibile. Con i suoi scatti rendeva perfettamente visibile la  forza dirompente dei sentimenti  e carica espressiva della vita stessa.

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Degli anni ’50 sono le sue più celebri fotografie, “Baiser blottot”, “La dent”,”Les Frères”,  tra cui quella che è ancora oggi è un simbolo indiscusso dell’amore,  “Le Baiser de l’hôtel de ville”. Ricco di intrigo e mistero sull’identità della coppia fino al 1992,  questo scatto del 1950, ritrae due giovani (poi fu scoperto che erano due aspiranti attori) stretti in un bacio davanti all’Hotel De Ville a Parigi, immersi nella quotidiana e affollata strada parigina. La libertà e l’attrazione che i gesti dei corpi lasciano intravedere, tra la camminata distratta e al contempo curiosa dei passanti, rendono questo bacio una sorta di manifesto e di desiderio nei pensieri e nei sogni di ogni innamoramento. L’abbraccio forte, tenero e protettivo di lui sulla spalla di lei si concretizza nel primo piano della dita aperte e illuminate, che conducono l’attenzione di chi guarda sul volto di lei, che si lascia avvolgere in questa armonia dei sensi. Il contrasto infine delle luci e delle ombre, accentuato dalla sfondo sfocato, ci cattura e ci immerge nell’amore dei due amanti.

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Costanza

A partire dall’alto:

-“La Dent” (1956)

-“Les petits enfants au lait” (1932)

-“Les Freres” (1934)

-“Les tabliers de la Rue de Rivoli” (1978)

-“Baiser blottot” (1950)

-“Le Baiser de l’hotel de Ville” (1950)

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